L’ultimo settembre
L’ultimo settembre

L’ultimo settembre

Mi sveglio con la luce del sole che inonda i miei occhi ancora chiusi. Li apro leggermente e ne resto accecato, poi sento un dolore acuto nelle pupille. Serro le palpebre e volto la testa. Anche così una luce arancione continua a colorare tutto il mio campo visivo. Mi ricordo che per gioco lo facevo anche da ragazzino e il pensiero mi strappa un sorriso.

Poi, nel girarmi su un fianco, una fitta alla schiena mi riporta bruscamente alla realtà. Devo alzarmi e andare in bagno. Lo faccio con un gemito di dolore. Mi trascino sbadigliando, un po’ stanco e stufo di questa inedia che mi avvolge. Oggi però cercherò di realizzare qualcosa di positivo. Come prima cosa una bella doccia e poi un caffè scuro e bollente. Quello mi risveglia sempre.

Il contatto con l’acqua calda è piacevole, anche se questa plastica che ricopre le braccia mi dà fastidio, sia nei movimenti che nel rumore. Cerco di non pensarci.

Mi dirigo in cucina, in pochi minuti l’odore del caffè si sprigiona dalla moka e mi riporta a tante mattine e tante colazioni vissute prima di questa. Ho sempre amato l’aroma del caffè, anche quando ero un bambino che non poteva berlo. Mio nonno me ne versava sempre un po’ e poi l’allungava con l’acqua e io mi sentivo adulto e importante nel tenere in mano quella tazzina di caffè.

Con i capelli umidi, ancora in accappatoio e con la tazza bollente in mano, mi affaccio alla finestra. Il solito squallido panorama della periferia di questa città di mare, peggiorato oggi da un cielo grigio e pesante. Ogni tanto dal porto una sirena squarcia il brusio della città e mi rincuora. Adoro il suono delle sirene, così gonfio, da baritono, lo trovo rassicurante, penso che per qualcuno sia il principio di un’avventura. Inizio sempre a immaginare dove si dirigerà quella nave, quali mari solcherà e penso alle famiglie di quei marinai che a casa aspettano il ritorno dei loro cari. Il mare aumenta la mia tristezza, specialmente ora che… oh, già accidenti, ma oggi è…

Avanzo a passi rapidi verso il calendario. Segna il 31 agosto. Che scemo che sono, ormai mi dimentico le cose e poi ho dormito male. Poso la tazza e con la mano un po’ tremante strappo il foglietto.

Primo settembre.

Ecco, questa è la data di oggi. La data che aspettavo, il mese che attendevo. Ne sono felice, il respiro è più corto e mi formicolano le mani. Sono preda di emozioni contrastanti: paura, sollievo, soddisfazione, nostalgia e qualcun’altra che non riesco a identificare. Che importa? L’importante è che ce l’ho fatta, sono arrivato a settembre.

È il mio mese. Io sono nato a settembre, l’otto settembre per la precisione. Sì, il signor Cesare Giustini è nato il giorno dell’armistizio, solo trent’anni dopo.

Anche ora che sono arrivato a quasi cinquanta anni non ho capito se amo o odio questo mese dell’anno.

Per certi versi lo adoro. È ancora caldo, ma non più quello tremendo e afoso delle settimane precedenti, è la coda dell’estate però senza il caos dell’invasione turistica, quindi tutto riesce più comodo e facile. La natura inizia lasciare le sue pennellate di colore intenso sulle piante, l’unico dispiacere è per le giornate più corte. È anche il mese della vendemmia, con i suoi profumi e i colori accesi dei filari delle vigne, di quei grappoli ricolmi di vita che sono lì in attesa di essere raccolti. Le tinte di un autunno appena accennato.

Però è anche un mese molto nostalgico, è come essere immersi nell’atmosfera languida da fine vacanza, quella tipica sensazione di quando si è bambini e si torna a casa dal mare e lo spettro della scuola è lì che ti aspetta. Ecco, questa è forse la sensazione più vivida che sento di questo mese, quello che mi mozza il respiro. Avverto la fine di qualcosa; del divertimento, della spensieratezza, della vacanza. Il ritorno alla normalità.

Mi commuovo e comprendo che questa visione è quanto di più simile alla situazione che vivo adesso, ma anche per assurdo la più lontana. Una lacrima precipita nella tazza del caffè.

Mi riscuoto prima che la malinconia mi avvolga completamente.

Mi asciugo, mi vesto, ingoio due pillole, infine mi siedo sulla sdraio davanti alla grande portafinestra del soggiorno. Da qui domino l’intero porto. È una visione che mi induce alla riflessione.

Medito che settembre è il mio mese non tanto perché mi ha dato i natali, quanto perché tutto nella mia vita è successo a settembre. Può sembrare strano o bizzarro, però è davvero così: ogni cosa importante è accaduta in questo mese. È la sinfonia che ha accompagnato la mia intera esistenza.

Reclino la testa all’indietro e mi lascio cullare dai ricordi.

La mia prima uscita con una ragazza è accaduta a fine settembre. Si chiamava Marilena, vestiva spesso di fucsia, aveva un naso un po’ grosso e labbra pronunciate, capelli mossi e seno già sviluppato. Ne ero affascinato. A scuola c’erano ragazze più belle, anche più procaci, però ero attratto da lei, mi eccitava senza mettermi in soggezione. Potevo essere me stesso senza impacci o vergogne. Mi ricordo che la baciai in autobus. Due quattordicenni preoccupati del ritardo da giustificare ai genitori. L’immagine si presenta a me chiara e netta: le sette e trenta, già buio, la luce bianca dei neon del bus e quell’odore di mezzo pubblico, un misto di ferro, sudore e sporco. Fu una sensazione strana, non posso dire che mi piacque.

Non feci l’amore con lei, durò troppo poco la storia. Successe però tre anni dopo, in vacanza al mare. La data ancora me la ricordo: il 10 settembre. Esattamente due giorni dopo aver compiuto 17 anni. Un regalo di compleanno ritardato. Era una turista tedesca, Inge mi pare che si chiamasse. Fece tutto lei, io imbambolato come uno scemo rimasi sotto quel corpo caldo e in movimento finché l’eiaculazione non giunse. Nemmeno me ne resi conto tanto fu veloce. Credo che ci rimase male, poverina. Con il sesso mi rifeci poi con gli anni.

Che ricordi! Li credevo sepolti e invece eccoli qui, chiari e nitidi. Ne sono felice.

Mi ricordo che sempre a settembre mi laureai, era la fine del mese. Un altro ingegnere pronto ad affollare gli studi di progettazione nautica della regione. Uno tra tanti. Mi ricordo che diluviava e dalla grande sala affrescata, dove si svolgeva la discussione della tesi, lampi bluastri illuminavano ogni cosa. Una scena surreale quanto spettrale. Ne ho ricordi vaghi, poco della discussione, poco del pranzo, molto della serata in discoteca con gli amici. Molti di loro non li vedo da vent’anni. Non so nemmeno se siano tutti vivi. Ci siamo persi di vista, ognuno con i suoi problemi e la vita frenetica a cui siamo sottoposti. Mi mancano, con alcuni di loro c’era quella sana amicizia scevra da rivalità o gelosie, dove si parlava per ore, magari fino alle tre di notte, così, anche per non dirsi niente. Era amicizia vera. Non come quelle dell’ufficio che diventano claustrofobiche ed esclusive, con cene noiose, colleghi pronti a colpirti alle spalle non appena si paventa all’orizzonte una promozione o uno scatto di carriera. Amicizie per convenienza. La vita è uno schifo. Ci deforma e ci trasforma in quello che non pensavamo mai di poter divenire.

Mi alzo a prendere dell’acqua.

Torno a sedermi con il bicchiere in mano e il pensiero corre veloce a mio padre. Già, anche lui legato a questo mese. Morì alle tre di notte nella squallida stanza dell’ospedale in cui era ricoverato da due settimane. Una morte triste e solitaria che ancora mi infastidisce. Un uomo come lui relegato, inchiodato, in quel letto senza poter reagire. Ma in fondo non è la morte la vera bastarda, è la vita. È sempre lei che ci frega. Di mio padre mi porto sempre dietro due insegnamenti: essere cortese ed educato con gli altri, ma guardingo di fronte a una esagerata bontà delle altre persone, perché di bontà disinteressata non ce n’è. L’altro insegnamento era invece di mettere sempre da parte qualche soldo, creare un fondo per le emergenze, perché non sai quando la vita ti prenderà a calci ed è meglio essere preparati. Lo diceva sempre, forse per esorcizzare la paura, però non lo fece mai. E così noi, la famiglia, lasciata in guai seri dopo la sua morte, senza avere i mezzi per tirare avanti. Io da questi due insegnamenti non mi sono mai separato e mi hanno salvato spesso. Peccato che non abbia figli, altrimenti questo è il retaggio che mi sarebbe piaciuto lasciargli.

Un pensiero veloce corre anche a mia madre; lei scelse ottobre di cinque anni dopo per andarsene. Dovevano essere diversi in tutto, anche nella morte.

Ho fame, è meglio interrompere questo filo di ricordi che mi sta facendo immusonire sempre di più. Mangio una mela, però sogno delle uova, così cedo alla tentazione e ne sbatto due in padella. Trovo che alle dieci del mattino ci stiano benissimo. Esattamente come fanno gli stranieri con la colazione internazionale negli alberghi.

Mangio avidamente in piedi davanti alla grande vetrata. Poi vado in bagno e vomito tutto.

Inizio a ridere in modo beffardo. I ricordi tornano ad assalirmi. Anche il mio matrimonio è stato celebrato in quel mese. Ovvio. Fu la mia ex moglie a scegliere quella data perché voleva evitare il grande caldo.

All’epoca ci credevo nel matrimonio e poi Francesca aveva un sorriso che faceva sciogliere una pietra. Ci eravamo conosciuti a una cena di amici. Fu un colpo di fulmine che ci condusse in due anni al matrimonio. Devo dare atto che ce ne vollero di più per capire l’errore commesso. Quattro anni per l’esattezza. Poi la separazione e il divorzio; ma non fu traumatico, semplicemente non ci sopportavamo più. E per assurdo dopo il divorzio tornammo in buoni rapporti. Proprio per questo a lei non ho detto nulla, non voglio rattristarla. Ha una nuova vita, è mamma e credo che sia felice, almeno lo spero.

Inizio a ridere e penso che anche con lei tutto si è svolto a settembre. In quel mese ci siamo conosciuti, sposati e ovviamente divorziati. Uno scrittore o uno sceneggiatore non sarebbero riusciti ad arrivare a tanto.

Che mese! Più ci penso e più mi pare tutto assurdo. La vita è strana, sembra che si diverta a prenderti in giro con un senso dell’umorismo del tutto particolare.

Mi sento stanco, gli occhi si chiudono e il respiro si fa più affannoso, vorrei rimanere sveglio ma non ce la faccio.

Come spesso mi accade entro in un dormiveglia agitato, nel quale le immagini si sovrappongono in modo casuale. Mi rivedo bambino al mare, mentre gioco con la mia tartaruga gonfiabile e mamma mi dice di non andare al largo. Poi mi rivedo adolescente che corro in motorino per le vie della città. Infine, mi ritrovo in un vigneto intento a vendemmiare; indosso un cappello di paglia, una camiciaccia sgualcita e sono allegro come non mi capita da tempo. Raccolgo i grappoli grandi e scuri mettendoli in una grossa cesta e da lì nel cassone del trattore e nel frattempo canto e sono felice. Guardo la vigna e mi dico che è giusto così, è la vita stessa e nel pensarlo si cancellano rimpianti e delusioni. L’esistenza è un ciclo continuo e ininterrotto in cui ognuno deve fare la sua parte. Lo accetto.

Osservo una pianta di vite, mi colpisce soprattutto come affonda nel terreno e penso a quelle radici che scendono infilandosi nel buio e nel caldo della terra. Mettere radici… forse è quello che mi è sempre mancato, forse è quello che avrei voluto fare.

Apro gli occhi e piango. Non capisco più quali siano i ricordi e quale la fantasia. Non importa.

Mi alzo dalla sdraio con un po’ di fatica e dolore.

Mi è rimasta una gran voglia di vino. Vedere e pensare a tutta quell’uva mi ha fatto venire una voglia matta di bermi un bicchiere di rosso. Penso a quella bottiglia di “Refosco Riserva” che da due anni giace nella credenza.

Mi guardo intorno e tendo le orecchie. Nessun rumore. La prendo, la stappo con delicatezza, annuso il tappo di sughero e mi commuovo. Ne verso con studiata lentezza un po’ nel bicchiere da degustazione, lo agito e ne ammiro in controluce il colore rosso rubino, mentre piccole e leggere bollicine, dovute all’ossigenazione, scoppiettano allegre. Da gesti così semplici e banali si riesce davvero a capire e apprezzare la vita.

Lo annuso, una, due, tre volte. Ha un bouquet delizioso. Ne porto un sorso alle labbra e ne rimango estasiato, tra sentore di frutti di bosco, liquirizia e pepe. Un altro piccolo sorso e già la testa inizia a girarmi. Chissà in che giorno di settembre è stata raccolta quest’uva, l’anno lo so, è il 2016. All’epoca ero ancora stupido e ignaro.

Il rumore della serratura mi lascia sorpreso. Non so cosa fare. Mi guardo intorno e capisco che non posso cancellare le tracce. Verrò scoperto subito. Mi rassegno.

«Signor Cesare, è sveglio? È qui? Ah, eccola, come sta? Ma… cosa sta facendo è impazzito? Butti subito via quel vino!»

Lo sguardo supplichevole non sortisce alcun effetto. Con un piglio da nazista viene verso di me e mi strappa il bicchiere dalla mano e lo getta nel lavandino. Mi sembra un atto di una cattiveria e una violenza assoluta.

«Non si vergogna? Si guardi, ha già gli occhi lucidi. Con tutti i farmaci che prende assume alcol? Vuole morire?»

No, certo che non lo vorrei nazifascista che non sei altro, però qualche soddisfazione lasciamela. Non potevi tardare cinque minuti? Però ha ragione, già barcollo e mi guida lei fino alla sdraio in soggiorno.

«Diventate tutti come bambini, ma io faccio l’infermiera, sa? Non la badante, di cui lei avrebbe comunque un gran bisogno.»

Anche stavolta lo sguardo supplicante rimane inascoltato.

«Vedo che ha fatto la doccia. Si è coperto bene le braccia? Faccia vedere! Uh, guardi qua, il cerotto intorno al catetere della flebo è tutto umido. Quante volte le ho detto di coprilo?»

«Ho messo la plastica sopra per evitare che l’acqua…»

«E l’ha messo male. L’acqua non deve entrare dentro.»

«Che differenza fa?»

Mi guarda male e io non insisto. Mi attacca la flebo con quel complesso vitaminico giallastro che pare un succo di frutta. Oramai solo questo mi fanno, la chemio l’ho rifiutata quindici giorni fa, basta. Non ha senso vomitare sei volte al giorno. Meglio un mese in meno però con una qualità di vita più alta.

Il medico me lo aveva detto. Sei mesi. Difficilmente avrei potuto sperare in un’aspettativa di vita maggiore. Era metà marzo. I primi giorni non avevo realizzato, ero sotto shock e furioso con il mondo. Poi una sera a letto ho pensato alla mia morte e ho realizzato che sarebbe potuta avvenire a settembre. Quel pensiero mi ha colpito come una frustata.

È stato il mio obiettivo negli ultimi mesi. Arrivare a settembre. Lo trovo giusto, l’inizio e la fine. Molto evocativo, molto simbolico.

In fondo è sempre stato il mio mese, per ogni cosa. E ce l’ho fatta, sono arrivato a settembre e ora mi voglio fermare. Basta lottare, basta pensare a quella maledetta massa tra la quarta e la quinta vertebra lombare, inoperabile. Si fotta lei e la vita stessa. Ho diritto a un po’ di riposo e non ho più stimoli né obiettivi da raggiungere.

Mi voglio immaginare in un vigneto, con indosso il cappello di paglia, intento a raccogliere l’uva da deporre in grosse ceste mentre canto in un una giornata assolata di settembre.

Settembre, il mio mese! Chiudo gli occhi.

© Gabriele Giuliani – Diritti letterari riservati

Foto in copertina di David Kohler – License by Unsplash – Free use

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