La facciata del tempo
La facciata del tempo

La facciata del tempo

Dante era seduto sul muretto di pietra che contornava una piccola aiuola trascurata. Leggermente piegato in avanti e con le mani sulle ginocchia, si trovava di fronte alla sua abitazione e guardava pensieroso la facciata della nuova casa. Osservava e sospirava.

Si trovava nel centro storico di quel minuscolo borgo. Una casa piccola, un po’ malmessa, ma sufficiente per un anziano di settant’anni e da solo. Non gli piaceva granché e rimirava quel portone di legno scuro che era forse la parte più bella dell’intero stabile. Il resto non era in buone condizioni. Imposte delle finestre scolorite, muri scrostati con evidenti aggiunte di cemento, un paio di vasi con piante secche e quella porta azzurra sulla destra con la ringhierina in ferro, che era della vicina, la zia Titta come la chiamavano tutti. Infine, quel cartello vendesi che si rifiutava di togliere. Sì, perché non si rassegnava all’idea di essere andato a vivere lì; per lui abituato da sempre a stare in campagna, in spazi aperti, si sentiva soffocare. Non gli bastava uscire in quella piazzetta di fronte al nuovo edificio, il suo sguardo era sempre bloccato da muri, case, nessuno spazio sconfinato su cui posare l’occhio.

Di aria aveva bisogno!

Per trovarla andava, scendendo qualche gradino, al belvedere, un grande spiazzo che dominava l’intera vallata sottostante. Allora ammirava la sua amata campagna e se ne beava un poco, almeno finché lo sguardo non incontrava la sua vecchia casa, che spuntava come una piccola oasi bianca tra filari di vigne e ulivi. Cercava di resistere a quell’immagine, ma non ci riusciva mai. Era una visione che durava poco, perché immancabilmente gli occhi si velavano di lacrime non permettendo più di distinguere i contorni delle cose. Allora rassegnato tornava a sedersi sul muretto e ricominciava a guardare la nuova casa e scuoteva la testa. Era una scena singolare da osservare: un uomo piuttosto alto e corpulento, con una folta barba bianca e due occhi infossati e tristi che, seduto mestamente, si impegnava a scuotere la testa e tirare sospiri. In testa un cappellaccio di paglia logoro e con addosso sempre un camicione di flanella a quadrettoni. Era un tipo taciturno e la gente lo evitava.

Dante era nato in quel luogo e non se ne era mai allontanato. Tutto il suo mondo iniziava e finiva in quei dieci chilometri, del resto quello di cui aveva bisogno si trovava lì. Era un mondo perfetto, con le sue stagioni che scandivano ritmi precisi regolati dalla natura. Olio, vino, raccolti, sementi, potature, orti… le sue giornate erano piene e gioiose. Una vita dura a volte, ma che lui amava. Aveva evitato due guerre a causa di una zoppìa, regalo di una caduta da un carro di fieno quando era ragazzetto. Ora, finita la guerra da qualche anno, il peso della fatica aveva iniziato a farsi sentire e il numero dei compiti che riusciva a svolgere diminuiva sempre più ogni anno. Era diventato vecchio.

Eravamo nei ruggenti anni cinquanta della ricostruzione e il boom economico iniziava a far sentire la sua prepotente voce.

In quel periodo molti affaristi improvvisati si recavano nelle campagne cercando buoni affari immobiliari grazie ai soldi prestati dalle banche. Questa era una cosa che lui non riusciva a comprendere, ma il mondo era cambiato e non si curava più di seguirlo.

Solo, senza famiglia, soffriva a vedere la sua proprietà appassire ogni giorno di più, ma rifiutava l’idea di darla a mezzadri o affittuari; nello stesso tempo, però, non poteva pagare qualcuno perché l’aiutasse. Così, quando era arrivata l’offerta per rilevare tutta la tenuta, casa più terreno, si era rassegnato, seppur col cuore infranto, a vendere. Il tipo di città, pieno di entusiasmo e iniziativa, si era offerto di trovargli lui stesso un nuovo alloggio; era quello che fissava e detestava in quel momento. Aveva accettato senza nessuna soddisfazione, preso dagli eventi, convinto che i pochi anni che gli rimanevano da vivere non avessero più molta importanza.

Se n’era pentito subito. Aveva una rendita e una casa, ma non si trovava a suo agio, non era il suo posto. La zia Titta, la sua vicina, lo rincuorava ogni mattina.

«Dantè» lo chiamava così, «non stia sempre con quella faccia appesa, su! Viene a pranzo da me oggi? Pollo alla creta come nemmeno la vecchia Desolina lo saprebbe cucinare. Venga, venga!»

E lui andava, attirato dagli effluvi provenienti da quella cucina. Era buona con lui zia Titta e anche molte altre comari del paese. Per sdebitarsi le curava l’orto, un fazzoletto di terra in cui era riuscito a far crescere di tutto. Ben poca cosa per lui, abituato a mandare avanti un casolare di campagna, ma era pur sempre qualcosa e i giorni scorrevano.

Poi la routine fu interrotta bruscamente e alla zia Titta capitò un fatto nuovo. Un bricconcello di otto anni, Alfonsino, figlio di sua sorella che viveva in città e che i dottori avevano spedito in campagna per l’aria fina di cui il bimbetto aveva bisogno. Il padre era morto in guerra e la madre era lieta di liberarsene per un po’. Non erano mai state in buoni rapporti le due sorelle, tanto che era la prima volta che zia Titta incontrava il nipote. Lo andò a prendere alla fermata della corriera accompagnata da Dante. Il bimbo si presentava male: emaciato, pallido, con due occhioni neri e grandi che facevano risaltare ancor di più la magrezza del viso. I capelli corti e scuri sembravano appiccicati e senza forma, aveva le scarpe lacere e calzoncini corti.

A vedersi davanti quell’omone con la barba bianca e quella signora sconosciuta sembrava farsi ancora più piccolo. Se lo presero per mano e lo portarono a casa senza parlare.

I primi tempi furono difficili, ma poco a poco Alfonsino si sciolse e prese confidenza con quell’uomo anziano e la zia. Sì, perché Dante si era affezionato al bambino, lui che non aveva mai avuto una famiglia, e lo portava con sé nel giardinetto a curare l’orto. E il ragazzino guardava, capiva, imparava, ed era sempre lui a chiedere di poter lavorare in quel luogo che per lui era un immenso parco giochi. La zia Titta e Dante se lo guardavano estasiati, con una punta di dolore pensando al giorno in cui se ne sarebbe andato via. Un momento non lontano, dato che si era ripreso a meraviglia; il colorito era roseo, aveva messo su quattro chili, ed era attento e vivace. Anche il medico condotto dette presto il suo benestare.

Ma le cose andarono diversamente.

La mamma, che mai era andato a trovarlo, si ammalò di tifo e nel giro di un paio di settimane perì, lasciando qualche debito, un corredo tarlato e il figlio. Parve naturale che Alfonsino rimanesse con loro, per la gioia dei due.

Il vecchio Dante ora pensava raramente alla precedente dimora ed era meno malinconico, ma a fargliela tornare in mente furono gli amministratori di una società che avevano rilevato la fallimentare gestione del tipo di città. Ne stavano svendendo tante di attività del genere: tenute, fattorie in disarmo che non interessavano più, le speculazioni vere si facevano in città ormai. Qualcuno li consigliò di far curare la proprietà a qualche anziano esperto del posto e loro trovarono naturale tornare dal precedente proprietario. Gli affidarono la sua vecchia casa e la proprietà, una rendita e qualche bracciante, con la sola raccomandazione di farla fruttare.

Fu come rinascere.

Veniva sempre aiutato dal fedele Alfonsino che seguiva il nonno nella campagna, perché sì ora lo chiamava nonno, bramoso di apprendere una vita che trovava molto più divertente e variegata rispetto a quella del piccolo borgo, per non parlare della vita di città che nemmeno ricordava più.

Passavano i mesi e gli anni.

Dante invecchiava e Alfonsino cresceva. Tutti i giorni andavano dalla zia Titta a pranzo o a cena e spesso si fermavano sul muretto a osservare il piccolo appartamento di Dante, che non aveva voluto vendere per donarlo, un giorno, ad Alfonsino. Vederli seduti su quel muretto insieme sembrava naturale a tutti e il vecchio taciturno era diventato un anziano sensibile e prodigo di consigli.

«Vedi Alfonsino che differenza qui?» diceva il vecchio Dante. «Muri, case, poco spazio. Non è questa la vita di un uomo. Stare tra quattro mura senza aria e luce, no no! Campi sterminati, piante, fiori e animali, quella per me è vita.»

Alfonsino assentiva e comprendeva.

Dante, nonostante l’età, se la cavava bene e anche arrivato agli ottanta era in grado di badare a tutto come un giovanotto. Nel frattempo un giovanotto lo era diventato sul serio Alfonsino; andava a scuola la mattina, e nel pomeriggio, dopo i compiti, si recava in campagna dal nonno. Spesso accompagnato dalla zia Titta che alla fine aveva trovato più comodo per tutti trasferirsi definitivamente in quella grande casa.

Passarono così altri anni e alla fine anche il vecchio Dante si arrese. Passati i novanta decise che era il momento di farsi da parte. La zia Titta lo aveva già fatto qualche anno prima.

Alfonso, ormai nessuno lo chiamava più Alfonsino, era diventato un ragazzone di ventotto anni, prossimo al matrimonio con una giovane maestra elementare. Preso il diploma di geometra, aveva deciso di continuare a lavorare nella grande tenuta del nonno che si era comprato grazie a un po’ di risparmi, i lasciti della zia e un mutuo.

Il giorno del funerale c’era solo lui, il paese poco si interessava di quel vecchio solitario. Dopo la cerimonia con passo lento e un’espressione triste se andò in paese, si soffermò un momento al belvedere e poi si diresse verso lo spiazzo in cui c’era il muretto di fronte a casa sua. Il vecchio Dante, come promesso, gliela aveva lasciata e lui andava spesso a guardarla, ma senza mai entrare. Stava seduto lì e sospirava. Guardava quell’edificio sempre più decrepito, squallido ora, e pensava a quando era ragazzo e con nonno Dante sistemavano l’orto di zia Titta. Piangeva e sospirava.

Eravamo nei difficili anni settanta in cui delusione e contestazione urlavano le loro ragioni.

Dante è seduto sul muretto di pietra che contorna una piccola aiuola trascurata. Leggermente piegato in avanti e con le mani sulle ginocchia si trova di fronte alla sua abitazione e guarda pensieroso la facciata della casa. Guarda e sospira. Non gli piace granché e rimira quel portone di legno scuro che è forse la parte più bella dell’intero stabile. Il resto non è in buone condizioni, da anni ormai. Imposte scolorite, muri scrostati con evidenti aggiunte di cemento, un contatore bianco dell’energia elettrica, un paio di vasi con piante secche e quella porta azzurra sulla destra con la ringhierina in ferro di un appartamento ormai vuoto da decenni; infine quel cartello vendesi che si cura di sostituire ogni cinque anni. Così l’aveva sempre vista quella casa e così voleva che rimanesse. Quando era bambino, suo padre Alfonso lo portava spesso per fargliela vedere e mostrargli la differenza trai due modi di vivere: quello libero, arioso, a contatto con la natura e questo, chiuso e soffocante. Suo padre gli diceva che lì il suo bisnonno Dante aveva abitato tanti anni prima ed era grazie a lui che aveva compreso ogni cosa. Anche lui ha capito tutto e da molti anni ormai. A quarantatré anni Dante, portando con orgoglio in nome del bisnonno, vive nella grande tenuta del padre, ogni tanto va nel piccolo borgo e rimira quel piccolo appartamento che era stato del suo bisnonno, poi di suo padre e ora suo. Scuote la testa e sospira.

Siamo negli anni duemila, gli anni del cambiamento e di una tenue speranza per il futuro.

© Gabriele Giuliani – Diritti letterari riservati

Foto in copertina di Beto Galetto – License by Unsplash – Free use

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