New Atessa
New Atessa

New Atessa

Un fascio di luce bianca improvvisa e accecante mi avvolge, vengo catapultato al suo interno senza poter opporre resistenza. Mi ritrovo sdraiato a terra, stordito e confuso. Mi metto carponi sul terreno e faccio dei grandi respiri. Mi gira la testa e con fatica apro gli occhi e inizio a distinguere i contorni. Sollevo le braccia e guardo i vestiti; vedo un camicione infilato in dei pantaloni aderenti, lunghe calze fino alle caviglie e una larga tunica con cappuccio a ricoprire il tutto. Sono sorpreso. Mi guardo intorno e osservo la vasta pianura in cui mi trovo; davanti a me vedo il promontorio a mezzaluna, alle due estremità i villaggi di Ate e Tixa. Dovrò fare una bella camminata per arrivarci, non me lo aspettavo.

Alla mia destra vedo un fiume, deve essere il Sangro, che si perde in tante piccole diramazioni fino a formare delle minute pozze maleodoranti. Nugoli di zanzare si aggirano e avverto le prime punture. È facile intuire come la malaria sia la prima causa di morte nei villaggi.

Cammino in linea retta davanti a me, per arrivare al villaggio di Tixa.

Proseguo e il terreno diventa un acquitrino dai miasmi insopportabili. È una vera palude in cui fatico a destreggiarmi, con densi vapori che bruciano gli occhi e irritano la gola, mentre i piedi, coperti solo da sandali, affondano nel fango e nell’acqua.

Oddio, ma chi me l’ha fatto fare? Davvero io non pensavo che…

Mi copro la bocca con la manica della camicia e cerco di andare avanti, ma la situazione peggiora. Ora anche piccoli canali di un altro fiume, forse l’Osento, vanno ad alimentare la palude che cresce sempre di più.

Continuo in questo modo per almeno dieci minuti, sono stanco e le zanzare aumentano sempre di più, quasi a oscurare la già poca luce.

All’improvviso sento delle voci in lontananza, si trasformano in dei lamenti, poi in grida, infine urla laceranti e poi in un pianto irrefrenabile. Corro, per quello che l’abbigliamento mi consente e arrivo nei pressi di una radura delimitata da tronchi spogli e tristi. Vedo un uomo e una donna che si inginocchiano davanti all’ingresso di una grotta. Li ascolto piangere. A terra ci sono dei vestiti.

Il rumore dei miei passi strascicati nell’acqua li fa voltare e si stupiscono nel vedermi. Frettolosamente si rialzano e si guardano interdetti, sono in evidente imbarazzo. Li osservo anche io e noto che sono piccolini rispetto a me, forse troppo.

L’uomo raccoglie quei pochi stracci e si avvicina. Esita, ma poi mi chiede:

«Lei viene da Ate? È il sacrificio?»

«Eh… come?»

«Sì, lei è il sacrificio del villaggio di Ate? Può tornare indietro allora, per oggi il drago è sazio, abbiamo già pagato il tributo giornaliero donando nostro figlio.»

Le mani mi scattano involontariamente in avanti, mentre le gambe indietreggiano. Di colpo realizzo.

«Vuol dire che siamo… quella è la tana…?»

«Sì, almeno una delle tane, pare che ne abbia molte. Ma forse è meglio che venga con noi, non è prudente rimanere qui, le daremo un riparo per questa notte.»

Accetto e anche se perplesso inizio a seguirli. Come posso spiegargli quello che sono davvero? Non potrebbero capire, forse nemmeno ha senso che io interagisca con loro. È tutto surreale, non so come comportarmi, così decido di stare al gioco e camminiamo affiancati.

Ma una curiosità morbosa mi assale e non posso trattenermi dal chiedere:

«Ma vostro figlio è… cioè voi lo avete… » ma non riesco a concludere la frase.

«Era il suo turno, non ci potevamo opporre» mi risponde lei con voce tremante, «avremmo voluto sostituirci a lui, sarebbe stato più giusto, ma al drago piacciono solo ragazzi giovani. Le regole che ci siamo dati non possono essere infrante, ne va il bene della comunità. È lo stesso per voi di Ate, no? Sarà il capo villaggio a decidere cosa fare, è probabile che il suo turno sia stato solo posticipato di un giorno. Ma sono comunque ore di speranza per lei e anche solo un minuto in più è importante.»

Al suono di quelle parole un brivido mi corre lungo la schiena. Non è vero, non può essere vero, lo so. Ma nonostante questo ho paura.

Arriviamo al villaggio che il sole sta calando. È un misero insieme di capanne e qualche costruzione in pietra, fuochi accesi un po’ ovunque portano un acre odore di fumo che mi assale alla gola. Vedo sporcizia e sconforto. Ne resto deluso.

Entriamo in una casa di pietra alla fine della strada. Mi sembra tutto sbagliato.

Dopo un lasso di tempo che non riesco a calcolare arriva un vecchio, indossa solo una lunga tunica e mi scruta con i suoi occhietti infossati e cespugliosi. Non mi piace.

«Domani andrai incontro alla tua sorte. Per stanotte rimarrai qui, poi seguirai il destino che il tuo villaggio aveva deciso per te.»

Se ne va. Io non so nemmeno quali pensieri seguire, potevo aspettarmi tante cose, ma questo no! Non so esattamente cosa devo fare, né che dire, ritengo che la soluzione più saggia sia quella di aspettare gli eventi. In fondo sono qui per questo. Ma il pensiero del drago l’indomani… ma no, è impossibile.

Vedo un giaciglio di paglia all’angolo della stanza, mentre un’anziana donna porta della minestra fumante in una scodella di coccio e la poggia su un tavolinetto accanto al muro. Non mi sogno nemmeno di assaggiarla. Decido di sdraiarmi su quella specie di letto e chiudo gli occhi, mi pare di essere qui da una vita e sono stanco.

Saranno passati circa venti minuti, ma sollevando le palpebre noto che c’è luce. Il sole è già sorto. Incredulo mi affaccio fuori, proprio mentre giunge il vecchio della sera prima. O di poco prima? Non è solo, tante persone sono con lui.

«È ora di andare ragazzo, mi dispiace.»

Lo seguo. Ci incamminiamo silenziosi in fila indiana, come una processione.

Ci inoltriamo nella palude e in lontananza vedo il villaggio di Ate, da dove credono che io provenga. Ci fermiamo in prossimità della grotta del giorno precedente. Il vecchio mi mette una mano sulla spalla con aria affranta, i suoi occhi mi testimoniano solidarietà.

«Lascia i vestiti qui per terra, entra con la sola camicia, come vuole la tradizione. Addio ragazzo.»

Lo guardo senza sapere che dire. Lui annuisce più volte e poi si allontana di qualche metro. Vedo tanti visi che mi scrutano; sono combattuti tra il morboso interesse per il mostro e la pietà per la mia persona. Guardo in alto e il cielo è grigio, il sole oscurato dalle nuvole.

L’attesa è spezzata da barriti e urla animalesche che non riesco a classificare, mentre la terra sotto i nostri piedi trema, vibra e sussulta fino a farci perdere l’equilibrio. Tra grida e volti atterriti almeno la metà del villaggio fugge via. L’altra è troppo curiosa di vedere il drago uscire fuori. Il loro interesse è presto soddisfatto.

Eccolo che esce dalla grotta ed è esattamente come lo immaginavo. Alto almeno tre metri, verde, una lunga coda squamata e il cranio su cui si staglia una cresta marrone. Occhi rossi e fiammeggianti accompagnano un disgustoso odore di zolfo, insieme a del fumo che esce dalle narici. È davvero disgustoso. Curiosamente però non ha ali.

Spalanca le fauci con un sordo ruggito, emettendo fiamme il cui calore mi investe costringendomi a indietreggiare. Ne ho paura, non posso nasconderlo. Inizio a dubitare di me, quando un lampo accecante congela la scena lasciandoci tutti a bocca aperta.

Dalla luce esce un cavaliere in sella al suo destriero; è un uomo di mezz’età, con una folta barba scura, che dritto sul cavallo alza la mano destra al cielo invocando San Michele. Un nuovo lampo di luce e ora, come per magia, brandisce nella mano una lunga spada che fa roteare più volte mentre si lancia al galoppo sfrenato verso il drago.

Indietreggio e guardo affascinato la scena che mi si presenta davanti.

Il drago attacca, ma il cavaliere si abbassa prontamente evitando così la zampa della creatura, nel contempo affonda un colpo all’artiglio che subito inizia a sanguinare.

Il drago è furioso, un alito infuocato saetta vicino a quello che ora riconosco come Leucio d’Alessandria. Il cavaliere arresta il cavallo e con uno scarto evita la lingua di fuoco, poi inizia a girare intorno al mostro ferendolo in più punti.

Esasperato, il drago si rizza sulle zampe posteriori e balza in avanti. Leucio abilmente lo scarta, approfitta della posizione prona del drago e, mettendosi in piedi sul cavallo, spicca un salto poderoso verso la creatura. Atterra in piedi sulla testa del drago e conficca la spada nel cranio dell’animale, che singhiozzando fiamme, sussulta, barcolla e rimane esanime a terra.

Con notevole sforzo estrae la spada dall’animale morente e guarda tutti con soddisfazione urlando:

«Siete liberi ora, più nessuna tirannia e crudeltà da parte del drago. Che qui un giorno si erga una grande chiesa a ricordare questo momento. Unite i vostri paesi e vivete in pace e felicità, prosperate, conservando però la memoria di quest’impresa.»

Esplode un boato di gioia e un battito di mani si eleva come un sol uomo, mentre la luce è cambiata, diventando di un giallo intenso con lo sfondo di un cielo azzurro. Anche io mi faccio contagiare dall’atmosfera, così applaudo, urlo, sono estasiato. Quasi vorrei chiedere il bis!

Ma il mal di testa che aumenta sempre di più mi sconsiglia di indugiare ancora.

«Va bene basta, interrompete. È sufficiente.»

Non accade nulla. Inizio ad avvertire l’angoscia. Che succede?

«Ehi, mi sentite? Basta così. Fatemi tornare!»

Di nuovo una luce accecante mi stordisce e percepisco il mio corpo seduto su di una poltrona. Sento che tolgono il visore dai miei occhi. Per qualche secondo vedo tutto confuso, poi distinguo il bianco della sala e le decine di poltrone vuote intorno a me.

«Allora dottore, cosa gliene pare? Si è divertito?» mi chiede Rob con aria sorridente.

«È stato pazzesco!» gli rispondo senza trattenermi.

Lui ride. All’inizio ero scettico e lo sapeva. Per questo ha insistito tanto per farmelo provare in anteprima. Non posso negare che il realismo sia assolutamente incredibile.

«Ora mi serve il tuo parere di storico però» mi dice lui «noti delle incongruenze? Abbiamo avuto poco tempo e i dati a disposizione non sono molti e così…»

«Beh» rispondo io cercando di tornare al mio ruolo accademico «a dire il vero di imprecisioni ce ne sono parecchie. Avete trasformato una leggenda popolare in un film di effetti speciali! La ricostruzione storica presenta molte lacune. Il villaggio, ad esempio, ha troppo legno e poca pietra. Siamo nel IV secolo, non è realistico. Inoltre avete stravolto la storia di San Leucio, così assomiglia a un romanzo fantasy. La leggenda è molto diversa, non ha mai ucciso il drago in quel modo.»

«Ora non fare il professore, dai. Ci siamo presi qualche licenza, è normale. Non potevamo aspettare che desse da mangiare al drago per tre giorni e poi lo uccidesse. Così è molto spettacolare e al pubblico piacerà di più. Ricorda che è uno show.»

«Sì, ma non è aderente alla realtà e inoltre…»

«Su, non fare storie. Tutto è stato idealizzato per favorire empatia con lo spettatore, che è anche il protagonista. Se non presenta grosse incongruenze va bene così. Il rilancio turistico della zona dipende molto da questo nuovo parco giochi e l’attrazione “New Atessa” ne sarà il fiore all’occhiello.»

Non posso dargli torto, il passaggio al ventitreesimo secolo deve essere celebrato dignitosamente e tante risorse sono state impiegate per questo rilancio. Il “nuovo ordine nazionale” punta molto su questo evento per guadagnare ancora più crediti e consenso.

Giusta anche la scelta di rinascita per questa terra una volta chiamata Abruzzo; è al centro del progetto per via del suo spirito fiero e generoso, sebbene silenzioso.

Sarà un nuovo inizio per tutti.

Nella mia mente di storico, però, continuo a domandarmi cosa ne penserebbero gli abitanti di Atessa dei secoli passati.

© Gabriele Giuliani – Diritti letterari riservati

Foto di Gabriele Giuliani – Free use

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