L’invenzione di Morel
L’invenzione di Morel

L’invenzione di Morel

L’invenzione di Morel – Edizioni SUR

Fine anni 80, una mattina di inizio primavera noiosa e apatica. Un ragazzo di quindici anni decide di saltare la scuola e così, una volta a casa, sprofonda sul divano e preso possesso del telecomando inizia uno zapping tra i canali, con l’idea di approdare su qualche rete locale con annesso telefilm americano anni 70. La ricerca, invece, si conclude subito, su Rai3, con i titoli di testa di un film appena iniziato; l’unica cosa che non è riuscito a leggere è il titolo della pellicola.

L’attenzione di quel ragazzo, cioè la mia, è subito catturata dalle immagini che scorrono nel tubo catodico (eh sì, all’epoca funzionava così e la tv era quadrata e bombata), immagini di un mare azzurro e sterminato, una barca, un uomo semicosciente al suo interno, un sole che arroventa ogni cosa e il solo rumore che si sente è quello delle onde che si infrangono sugli scogli su cui la barca finisce per incagliarsi.

L’uomo ne scende a fatica, barcolla, è disidratato, si guarda intorno e vede un’isola brutta, polverosa, inospitale e sassosa. La esplora e trova una grande costruzione con un arredamento particolare, impolverato ma nuovo, cammina per grandi saloni, addirittura sopra un acquario, trova molte stanze per gli ospiti pronte all’uso, ma è una casa strana, bizzarra e vuota. Sinistra. Di fatto il protagonista è da solo su un pezzo di roccia brullo con un edificio che sembra uscito direttamente dal futurismo degli anni venti.

Mistero.

Inizia così il mio rapporto con “L’invenzione di Morel” di Adolfo Bioy Casares. Una delle rare volte nella mia vita in cui ho visto prima il film e poi, dopo anni, letto il libro.

Del film ne rimango entusiasta anche se nei primi trenta minuti non c’è nemmeno un dialogo (sì, ero strano anche a 15 anni) e al termine della pellicola mi affretto ad annotarmi il titolo del romanzo dal quale era tratto.

Per anni ho rimandato il momento dell’acquisto e della lettura del libro per paura di rimanerne deluso.

Poi, il momento è arrivato e il timore sostituito da un sorriso.

Borges, che di Casares era amico fraterno, dichiarò che era il libro di fantascienza perfetto.

Ne contiene tutti gli elementi tipici e non risente affatto dei suoi ottanta anni di vita e, se mettiamo da parte la questione “tecnica” riguardante l’invenzione, scorre bene in tutte le sue parti.

È sì un diario introspettivo di un fuggiasco che approda su un’isola deserta, che ci parla delle sue sensazioni, emozioni e speranze infrante in una solitudine assoluta che diventa la coprotagonista del romanzo stesso. Nemmeno l’incontro con i “personaggi” che all’improvviso compariranno sull’isola modificherà la sua situazione. Ma la storia è molto più di questo: è un romanzo visionario sulla realtà e le sue varie forme. Cosa è davvero reale? Cosa noi possiamo percepire della realtà? Se leggendo queste parole vi viene in mente Matrix, se pensate a tanta fantascienza attuale, beh… non vi sbagliate.

Casares ha anticipato i tempi con questo libro.

Usa e sfrutta magnificamente gli elementi tipici della narrativa: la fuga, la storia d’amore che qui è più una speranza, la passione per una donna sullo sfondo di un’isola misteriosa e solitaria. L’isola, altro topos qui magnificamente usato.

È un genere fantastico, ma anche drammatico, avventuroso, politicamente impegnato e soprattutto psicologico; un percorso lungo il quale il protagonista deve trovare se stesso. La ricerca della nostra identità e della nostra realtà, fatta di immagini, percezioni, sensazioni e idee, ci induce a riflettere sulla nostra esistenza e sui confini in cui crediamo questi elementi siano ingabbiati. Ma Caseres rompe questi schemi e negli anni 40 ci regala una visione alternativa e innovativa dove la nostra realtà può essere assolutamente diversa, forse angosciante.

Di sicuro con questo testo l’autore argentino diventa un anticipatore di temi che sono stati usati per tutto il secolo passato e anche in quello attuale.

Un maestro che ci lascia una magnifica eredità per la quale possiamo solo ringraziare.

Due particolarità: il film tratto dal romanzo, con regia di Emidio Greco, sceneggiato da Andrea Barbato e con protagonista Giulio Brogi, è diventato a sua volta un piccolo cult oggi difficile da reperire se non in qualche copia DVD superstite. L’anno di uscita è lo stesso della mia nascita.

L’altro film la cui visione ha anticipato la lettura del libro è “2001 Odissea nello spazio”, un testo di cui avremo modo di parlare in una delle prossime recensioni.

Foto in evidenza di. Jack French – License by Unslpash – Free use

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